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Friday, November 22 2013, Porto Sant’Elpidio, Carlo was invited by Manuel Devenuti of Cinergie Association to make a brief introduction before the projection of the famous rockumentary “Anvil! – The Story Of Anvil”.

For those who can read Italian, here follows the text of the speech (well, the notes from which the speech expanded). Enjoy!!

Anvil: The Story of Anvil (2008)
Regia: Sacha Gervasi
Interpreti: Robb Reiner, Steve ‘Lips’ Kudlow, Tiziana Arrigoni…

Nel corso degli ultimi anni il genere documentaristico ha avuto un enorme sviluppo ed ha conquistato una fetta di pubblico molto più vasta che non in passato, quando i documentari erano relegati nelle sezioni pomeridiane o della seconda serata dei palinsesti televisivi. A quei tempi i documentari trattavano principalmente di animali e piante esotiche ed avevano uno scopo principalmente informativo. Oggi la situazione è completamente cambiata. Pensiamo per un momento all’enorme successo ottenuto dal cineasta americano Michael Moore con i suoi “Bowling a Columbine” o “Fahrenheit 9/11”. O pensiamo ancora  a film come “Super Size Me” di Morgan Spurlock, “Una Scomoda Verità” di Al Gore e così via. Gli stessi documentari tradizionali sulla natura si sono trasformati ed evoluti sul piano tecnico e narrativo, pensiamo a “Microcosmos: il popolo dell’erba” di Claude Nuridsany e Marie Pérennou e “La marcia dei pinguini” di Luc Jacquet. Tutti questi film non hanno come unico scopo quello di informare. Vogliono intrattenere, sorprendere, raccontare una storia. All’interno dell’universo documentaristico contemporaneo, esistono numerosissimi sotto-generi, storici, naturali, politici, sociali, cospirazionisti, fino ad arrivare al paradosso del mockumentary, cioè al falso assoluto, il case study su una storia inventata,  ma rigorosamente girato in stile documentaristico, adottando tutti gli stilemi del genere (interviste, telecamera a spalla, ecc). Qualche esempio? “death of a President” di Gabriel Range o “The Wild Blue Yonder” di Werner Herzog. Appena un passetto più in là troviamo feature films, film propriamente detti che si avvicinano pericolosamente alla formula documentaristica come “Il cameraman e l’assassino” di Benoît Poelvoorde  e lo stesso “The Blair Witch Project”, tanto per citarne un paio. La finzione che si finge realtà per la durata di un film… Ci sono anche i documentari dedicati al mondo della musica. I rockumentaries. La definizione rockumentary fu coniata dai critici David Eherenstein e Bill Reed per definire quei documentari che trattavano temi legati al mondo della musica rock. Questa particolare categoria di documentari, a cui appartengono anche i film-concerto, ebbero la loro genesi nel 1967 con Don’t Look Back  che abbiamo proiettato nel 2010 CINERGIE UNO, il ritratto di Bob Dylan realizzato da Don Alan Pennebaker, pioniere del Direct Cinema che scelse di applicare lo stile della camera invisibile al mondo della musica rock. Si aprì così un nuovo filone di documentari ancora fortemente legati al cinema diretto per forme narrative e tecniche produttive. Gli autori di questi film seppero infatti sfruttare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie di ripresa: non offrirono solo un nuovo sguardo sulla vita delle star della musica ma, soprattutto durante gli anni Sessanta, attribuirono alla musica rock uno status di rivoluzionario strumento di analisi sociale, quasi un termometro dei cambiamenti in corso. Nel 1964, What’s Happening! The Beatles in New York! di Albert e David Maysles, registi che come Pennebaker provenivano dall’esperienza della Drew Associates, documentò sotto forma di diario la tournée americana dei Beatles e divenne celebre per essere stato il primo film del cinema diretto americano a omettere completamente la voce fuori campo. E poi declinato in vari modi Infine oggi arriviamo a Shine a Light di Martin Scorsese, Joe Strummer – The Future is Unwritten di Julien Temple e Usa contro John Lennon di David Leaf, John Scheinfeld: tre declinazioni diverse del rockumentary che dimostrano come questo genere sia quanto mai vitale e attuale. Produzioni che abbiamo incontrato in CINERGIE…. Il metal, con i suoi personaggi ed i suoi sottogeneri, è tra i generi che più sono stati scandagliati dai rockumentaries. Questo è probabilmente dovuto al fanatismo quasi religioso con cui gli appassionati di questo genere musicale vivono la loro “fede”. Anche nell’era del download selvaggio, molti metalheads sono ancora ben lieti di acquistare i dischi originali dei propri gruppi preferiti, andare ai concerti, leggere riviste musicali per informarsi e, perché no, impiegare due ore del proprio tempo per vedere un film su questa o quella band. Un bacino di utenti così vasto e così fedele, rappresenta una manna dal cielo per produttori e registi che hanno trovato spesso degli ottimi riscontri a cimentarsi con rockettari borchiati e lungo criniti. Tra i rockumentaries più noti e visti sul mondo del metal possiamo ricordare: “Some Kind of Monster” sui Metallica, la realizzazione del loro album St Anger e la psicanalisi cui la band fa ricorso per superare l’impasse creativa che la sta portando verso lo scioglimento. “The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years” di Penelope Spheeris, seguito del primo Decline incentrato sul punk californiano e che nel caso del secondo capitolo documenta gli albori della scena metal americana. “Until the Light Takes Us” sulla scena black metal norvegese. “Metal – A Headbanger’s Journey” che ripercorre le tappe principali della storia del rock duro. “Lemmy” sull’intramontabile leader dei Motorhead. L’interesse generato da The story of Anvil va oltre l’heavy metal e la musica perché riguarda chi ha un sogno e gli dedica tutta la vita. Questo non è un documentario dedicato ai fanatici del metal in tutte le sue declinazioni. Prima ancora di essere la rappresentazione di un genere o di un’epoca è il ritratto umano di due appassionati ed entusiasti musicisti che non hanno mai abbandonato il sogno che avevano da ragazzini di sfondare nel mondo della musica. The Story of Anvil è un film che attraverso la storia di una metal band canadese di seconda grandezza affronta temi quali il successo, l’amicizia, l’amore per la musica, la potenza dei sogni adolescenziali che rifiutano di morire e che possono segnare l’intera vita di due famiglie. Il film racconta anche come la ricetta per la felicità sia diversa per ciascuno di noi. Come quello che per alcuni possa essere un’esperienza da incubo – attraversare l’Europa per 2 mesi in uno scalcagnato tour in furgone/treno/aereo – per altri sia il sogno di una vita. Quanti personaggi come Robb Reiner e Steve ‘Lips’ Kudlow avete incontrato nella vostra vita? Ce ne sono tantissimi. Persone possedute da una visione. Persone che affrontano con dignità la routine quotidiana mantenendo viva una fiamma, una passione, a costo di enormi sacrifici e rinunce. Anche a costo di doversi continuamente ripetere i motivi per cui una band come Anvil merita di essere mantenuta in vita la bellezza di 25 anni dopo il loro momento di massima gloria. Io ne conosco tanti. Musicisti, pittori, fotografi, cantanti, scrittori. Tutti part-time. Tutti a fare acrobazie di ogni genere per proseguire il loro percorso artistico. Barcamenandosi tra lavori e lavoretti, famiglia, impegni vari, mancanza cronica di tempo. Sono persone belle. Con un mondo interiore ricco e interessante. A volte la musica che producono non è bella, ma lo sono le storie che raccontano o l’energia che emanano. Quasi fosse la loro stessa vita la loro opera d’arte meglio riuscita. Ma solitamente di questo non sono consapevoli. Infatti per capire l’importanza della storia degli Anvil è stato necessario l’occhio distaccato di Sacha Gervasi, il regista del film. Sacha incontrò gli Anvil dopo un concerto a Londra. Si presentò come il loro fan inglese numero uno. Fu rapidamente arruolato, diventando uno dei fedelissimi roadies della band in tour, accompagnandoli per 2-3 anni nei loro giri. Poi ci fu un litigio e ciascuno prese la sua strada. Gli Anvil verso il circuito dei piccoli club che fanno suonare rock bands emergenti (o mai emerse). Sacha Gervasi verso le mega produzioni hollywoodiane in qualità di sceneggiatore arrivando a firmare il prestigioso “The Terminal” con Tom Hanks. Gervasi ha intuito il potenziale insito nella storia degli Anvil. Nel caparbio attaccamento di Robb Reiner e Steve ‘Lips’ Kudlow ai propri sogni adolescenziali fatti di platee oceaniche adoranti e chitarre urlanti. Ha ripreso contatto con i vecchi amici e li ha accompagnati nelle loro peripezie per mesi, documentandone le lotte, le trepidazioni, le illusioni, le sconfitte. Quello che emerge è un ritratto di disarmante umanità. Di grande impatto emotivo e simpatia. Tra l’altro Sacha Gervasi è riuscito a fare degli Anvil le star che da soli non erano mai riusciti ad essere. Il successo del film ha proiettato gli Anvil sotto le luci della ribalta, permettendogli finalmente di accedere al professionismo musicale e di abbandonare i lavori nel campo delle ristrutturazioni edili e dei catering. Una bella storia con lieto fine, non troppo diversa da quella raccontata in “Searching for Sugar Man”, altro rockumentary dedicato al cantante folk statunitense Sixto Rodriguez, pure lui finito a riparare tetti dopo aver inciso un paio di album negli anni settanta e diventato a sua insaputa una rockstar nel Sud Africa dell’apartheid. Anche lui tornato alla musica (nel suo caso dopo una lunghissima pausa) dalla porta principale, quella dei palazzetti dello sport strapieni di pubblico pagante. Prima di procedere con la visione del film, voglio chiudere con una citazione dal libro “Gigs From Hell”, che raccoglie più di un centinaio di divertentissime storie di concerti dall’inferno, cioè concerti prima, durante o dopo i quali i musicisti sono stati coinvolti in disgraziatissime quanto esilaranti disavventure. Non si tratta, come avrete capito, di band di successo, ma di oscuri artigiani alle prese con tutti gli imprevisti connessi con la vita on the road, il consumo di alcool e droghe e la follia del mondo. L’editore Sleazegrinder, si chiede nell’introduzione cosa spinga questi rockers verso “simili altezze intenti criminosi e estasi narcotica. … Non si tratta sicuramente della ricerca di fama e fortuna, perché nelle pagine che seguiranno non ve ne sarà traccia alcuna.  … No! la prima motivazione qui è il richiamo della foresta. Prendere il lupo mannaro dentro ciascuno di noi, vestirlo di pelle e borchie e liberarlo di fronte a poche centinaia di spettatori stupefatti, che farebbero volentieri lo stesso, se solo ne avessero il coraggio. E quindi siate i benvenuti, fratelli e sorelle, peccatori e santi, a qualche centinaio di notti quando tutto è andato storto, quando la sfortuna e il caos cosmico hanno dettato le regole e quando il diavolo ha mosso le manopole del mixer…”

2 thoughts on “Carlo introduces a projection of “Anvil! – The Story Of Anvil”

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